Shein apre a Parigi: la Francia prima predica sostenibilità, poi si inginocchia davanti ai profitti

PUBBLICATO DA:

Matteo Saccardi

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Novembre 11, 2025

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Parigi da oggi può vantarsi non solo di essere la capitale universalmente riconosciuta della moda, ma anche simbolo di una grande contraddizione. Mentre la Francia millanta di essere all’avanguardia nella lotta alla fast fashion – la prima in Europa a introdurre una legge che tassa (seppur in misura irrisoria) i marchi più inquinanti e vieta loro la pubblicità – apre, proprio nel cuore della capitale, il primo negozio permanente di Shein, il colosso cinese dell’ultra-fast fashion.

All’interno delle Galeries Lafayette del Marais, Shein ha trovato casa. E la Francia, dopo averne denunciato gli eccessi, le pratiche poco trasparenti e persino la vendita di prodotti considerati indegni (come le bambole gonfiabili con sembianze infantili, per cui il Ministero delle Finanze ha bloccato l’accesso al sito francese dell’azienda), ora ne concede visibilità nel tempio del consumo parigino. E noi non ci stiamo.

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Il double standard del Paese della “moda responsabile”

Almeno fino a pochi mesi fa, il Parlamento francese si ergeva a paladino della sostenibilità, con un piano per rallentare l’impatto ambientale del fast fashion. E noi, fino a prova contraria, ci volevamo credere. Tasse, punteggio di sostenibilità, divieto di sponsorizzazioni da parte di influencer: un rigore che sembrava voler dire “basta” a un sistema fondato sull’iperproduzione e sullo sfruttamento. Non ancora abbastanza, secondo noi, ma un buon inizio. Chapeau.

Peccato che, davanti a una promessa di rilancio economico – quella offerta dalla Société des Grands Magasins, che gestisce gli spazi del BHV e ha accolto Shein come “partner” per attirare nuovi clienti – la linea morale si è fatta ridicolmente flessibile. Si possono chiudere gli occhi, ci sembra, se a bussare alla porta è un business da 125 miliardi di dollari l’anno, che purtroppo genera file di giovani in delirio per una t-shirt da 3 euro.

La Francia indignata (ma non troppo)

All’inaugurazione, mentre centinaia di ragazzi attendevano di entrare, un piccolo gruppo di manifestanti sventolava cartelli contro lo sfruttamento, l’inquinamento e l’ipocrisia del governo. Più di 120.000 firme sono state raccolte per chiedere di fermare l’apertura, ma la folla ha comunque varcato le porte del nuovo store.

Diritti d’autore AP/Thibault Camus

È l’immagine perfetta della contraddizione del nostro tempo: un Paese che condanna la fast fashion con un voto, ma la celebra con un selfie davanti alla vetrina. Un governo che sospende l’accesso al sito web per “contenuti inappropriati”, ma non vede problemi a lasciare Shein vendere fisicamente sotto i suoi portici più iconici. Ignoranti, nel senso che ignorano – il pianeta, purtroppo, caro Aldo.

“Green gap”: la sostenibilità come lusso

Shein conosce bene il pubblico che conquista: giovane, consapevole a parole, ma schiavo di un mercato che fa del “cheap and new” la sua religione. Un sondaggio europeo ha mostrato che il 75% dei giovani si dice preoccupato per il cambiamento climatico, ma solo il 22% riduce gli acquisti di moda. Quando una t-shirt “etica” costa 40 euro e una di Shein ne costa 4, la scelta diventa una questione di sopravvivenza economica, anche per chi vorrebbe fare meglio. Tutto ciò in un sistema che usa la colpa ecologica come strumento di marketing, e la parola “sostenibilità” come slogan da vetrina.

La moda francese tradita in casa propria

L’apertura di Shein è una ferita aperta anche per l’industria locale.
Come ha dichiarato Thibaut Ledunois, della Federazione del prêt-à-porter femminile, “È un giorno nero per il nostro settore. Shein giustifica, con il suo successo, tutti i peggiori affari del mondo della moda.”

© La Repubblica

Perché mentre i brand francesi investono in materiali riciclati, filiere corte e salari equi, Shein inonda il mercato di 10.000 nuovi capi al giorno, prodotti in stabilimenti dove un operaio guadagna meno di 100 dollari al mese. La competizione è impossibile: la sostenibilità costa, l’ingiustizia no.

In conclusione, il prezzo della coerenza

La Francia ha voluto giocare su due tavoli: quello della virtù politica e quello del profitto immediato. Ma la moda, come la politica, è fatta anche di simboli. E il simbolo di oggi dice che, davanti ai soldi, anche il Paese che più ha lottato contro la fast fashion ha chinato il capo.

Speriamo che adesso il paradosso sia evidente: mentre Parigi vota leggi per frenare l’inquinamento della moda, sotto le sue cupole dorate si vendono capi prodotti in condizioni insostenibili, socialmente ed ecologicamente. Una vetrina scintillante che riflette la nostra ipocrisia collettiva: condanniamo la fast fashion la mattina, ma la mettiamo nel carrello la sera.

Per non concludere con una celebre canzone di Marco Masini, vi invitiamo a passare dal nostro blog e dai nostri canali social per scoprire alternative reali e concrete. La moda sostenibile non è neanche conveniente economicamente, figuriamoci per altro. Crediamo che il vero cambiamento parti da quello delle abitudini, che però necessita una certa coerenza tra il dire e il fare. Tutti bravi a scrivere articoli, chi in Parlamento e chi sui blog 😉

Teo

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