Un articolo sul Black Friday che non vuole venderti niente, ma che costa tanto

PUBBLICATO DA:

Matteo Saccardi

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Novembre 22, 2025

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6–8 minuti

Sì, lo so, sembra assurdo: un articolo pubblicato in pieno Black Friday che non cerca di convincerti a comprare “in modo sostenibile”, né di farti sentire in colpa perché oggi non hai ancora comprato nulla, e nemmeno se oggi lo hai già fatto o prevedi di farlo? Nah, impossibile. O forse no, a patto di mantenere le intenzioni più semplici, ma non per questo meno ambiziose: capire cosa ci succede, cosa succede intorno a noi e quali sono le alternative sensate, al di là del bianco e nero, “compra tutto” / “non comprare mai”. Non siamo qui per ascoltare né tantomeno fare sermoni. Non vogliamo esporre un manifesto contro il consumismo, bensì una guida per respirare, osservare e decidere. Perché il Black Friday non sparirà domani, ma noi possiamo smettere di viverlo come una giostra.

Ebbene sì, il Black Friday è arrivato puntualmente anche quest’anno, accolto con lo stesso entusiasmo di un presentatore di una partita di hockey quando i giocatori

iniziano a darsele: offerte ovunque, banner lampeggianti, notifiche che rimbalzano da una parte all’altra di qualsiasi schermo. Ed è così dal 1924, quando la catena di negozi Macy’s organizzò una parata il venerdì dopo il Giorno del Ringraziamento per dare il via allo shopping natalizio con sconti speciali, l’occasione imperdibile per risparmiare. Col tempo, si è trasformato in qualcosa di più simile a una competizione non ufficiale su chi riesce a comprare di più, più in fretta, e possibilmente senza pensarci troppo. E così, anche chi vorrebbe solo “dare un’occhiata”, spesso finisce per avere nel carrello, digitale e non, oggetti dalla dubbia utilità: il paio di sneakers uguale a quelle già nell’armadio (ma “hey, costavano meno, e poi il colore è bianco panna e non bianco avorio!”), o il cappotto color tortora che sì, sembrava fantastico nella foto, ma è più vicino a un asciugamano… di plastica.

Davvero il Black Friday è un problema?

Il primo grande mito del Black Friday è anche il più comodo: l’idea che tutto sia davvero scontato. È qui che entra in scena la pratica dei “fake discounts”, ormai ampiamente documentata.

I prezzi vengono alzati nei giorni o nelle settimane precedenti, per poi essere riportati al valore di partenza mascherandoli da miracolo commerciale. È un meccanismo di illusione ottica, non molto diverso da quando al parco giochi ti fanno vincere un peluche enorme… dopo averti fatto pagare sei tentativi da 5 euro.

Le grandi catene di fast fashion sono maestre in questa coreografia: producono intere linee pensate solo per il Black Friday, con materiali più economici, qualità inferiore e un prezzo così allettante da farci pensare “ma sì dai, per quello che costa…”. Il punto è che quel capo, proprio perché costa poco, è progettato per durare poco. E quando si rompe, stinge o perde forma? Lo buttiamo e ne compriamo un altro, in un ciclo infinito che finisce per riempire prima gli armadi, e poi le discariche, senza dimenticare il calendario delle consegne dei corrieri.

Danni ambientali nel carrello

Il Black Friday, al di là dello scintillio dei banner e dei pacchi da scartare, è una festa del sovraconsumo che lascia dietro di sé una scia ambientale enorme:

  • litri e litri di acqua per la coltivazione e la lavorazione dei materiali;
  • chimici utilizzati per trattamenti, coloranti e finiture;
  • CO₂ emessa durante la produzione e il trasporto;
  • lavoro umano, spesso sottopagato e invisibile.

Più in particolare, ogni anno assistiamo a una vera e propria impennata di emissioni dovute ai trasporti, soprattutto per le spedizioni express che, per loro natura, richiedono più carburante, più viaggi, più urgenza. All’aumento dei trasporti si aggiunge quello dei packaging: scatole, imbottiture, buste, materiali spesso difficili da riciclare che vengono prodotti e buttati in tempi record.

E poi ci sono i capi “usa e dimentica”: prodotti rapidamente, venduti a pochissimo, utilizzati poche volte e destinati a sparire in discarica nel giro di qualche mese. Un ciclo tanto breve quanto costoso per il pianeta.

Insomma: lo “sconto”, ammesso e non concesso che sia presente, lo pagano gli altri. E non è scritto nella newsletter.

Un problema con pesi diversi

Credere che la responsabilità del Black Friday ricada solo sulle persone è comodo e consolatorio, ma anche ingiusto. La verità è che si tratta di un meccanismo collettivo in cui aziende, stati e consumatori hanno ruoli diversi, ma non equivalenti.

Le aziende, soprattutto quelle più grandi, alimentano l’evento con sconti finti, produzioni accelerate, collezioni “eco” che di eco hanno solo il nome e un martellamento comunicativo degno delle migliori campagne elettorali. Alcune aziende più virtuose esistono, certo: realtà che rinunciano al Black Friday, che investono sulla riparazione e sulla durata dei prodotti, o che scelgono di devolvere parte dei profitti. Ma sono ancora isole in un mare di offerte.

Poi ci sono gli stati, che dovrebbero regolamentare i prezzi e controllare le pratiche ingannevoli. Qualcosa si sta muovendo qui e là, ma siamo lontani da un approccio strutturale che riduca davvero gli impatti ambientali e psicologici del consumo compulsivo.

© Wheat & Tares – Happy Black Friday 🙂

E poi ci siamo noi. Consumatori, non colpevoli. Parte del sistema, con una responsabilità diversa: non quella di “salvare il pianeta da soli”, ma quella di scegliere. Ogni spesa, dopotutto, è un voto. Uno dei pochi che esprimiamo più di una volta all’anno.

Alternative reali (e praticabili)

Contrariamente a quanto credono molti, le alternative non richiedono di trasferirsi in una capanna nelle montagne e produrre da soli il proprio dentifricio. Sono soluzioni reali, accessibili, e spesso anche più convenienti.

© Collective Fashion Justice

C’è ad esempio il Buy Nothing Day, un movimento internazionale che invita a non comprare nulla per 24 ore: più che un voto di castità commerciale, è un esercizio mentale per ricordarci che possiamo sopravvivere senza un click compulsivo.

Oppure la filosofia del Repair Friday, proposto da vari artigiani e brand, come VEJA o Raeburn: invece di comprare qualcosa di nuovo, si ripara ciò che già abbiamo. Capi amati che tornano come nuovi, a una frazione dell’impatto (e spesso anche del costo).

Il mondo del second-hand, vintage e degli swap party è un’altra miniera d’oro: più economico, più divertente, più vario. Senza contare la soddisfazione di trovare un pezzo unico che nessun algoritmo potrà replicare.

E poi ci sono gli artigiani locali e i brand più responsabili: non perfetti, non salvamondo, ma più trasparenti, più onesti, più allineati con l’idea che comprare un oggetto dovrebbe essere un gesto che dura nel tempo, non un click impulsivo.

La bussola di Drip per orientarsi nel Black Friday

Noi non ti diremo cosa comprare e cosa no, ma proveremo a darti una bussola per orientarti.

© Ecoalf contro il Black Friday

Inizia facendo una lista di ciò che ti serve davvero. Meglio per l’ambiente, sarebbe qualcosa di seconda mano, o ancora meglio… niente, e sicuramente nulla che non sia nella tua lista dei desideri. Fissa un budget (e rispettalo, anche se ti dicono che stai perdendo l’occasione della vita… ma poi, della vita di chi?). Controlla i prezzi storici, perché uno sconto vero è rarissimo. Preferisci qualità a quantità: due capi ottimi valgono più di cinque che finiranno presto nel bidone. Adesso che hai deciso… aspetta 24 ore. Se lo vuoi ancora il giorno dopo, vai. Se non ci pensi più… era solo un impulso, e l’impulso costa caro… non solo a chi acquista. Infine, evita le spedizioni inutili: ritira in negozio, riducendo le emissioni legate ai trasporti inutili.

Non è una lotta contro il Black Friday, ma una scelta su come (non) viverlo

Il Black Friday non sparirà domani. Ma può smettere di essere il giorno dell’acquisto compulsivo. Può diventare un momento in cui valutiamo, scegliamo, ragioniamo. Non è una questione di moralismo, ma di libertà: la libertà di non farsi trascinare dal rumore, di decidere cosa ha valore per noi, di costruire un rapporto più sano con ciò che compriamo. Alla fine, la verità è semplice: non c’è sconto più grande di evitare ciò che non ti serve.

E questo, sì, è davvero Drip.
Teo

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