Poliestere “riciclato”: l’illusione verde che peggiora l’inquinamento da microplastiche

PUBBLICATO DA:

Matteo Saccardi

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Dicembre 23, 2025

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2–3 minuti

Negli ultimi anni il “poliestere riciclato” è diventato sinonimo di moda sostenibile nell’immaginario collettivo. Grandi brand internazionali, da H&M a Nike, da Adidas a Zara, lo promuovono come “soluzione eco” per ridurre l’uso di materie prime vergini e i rifiuti plastici. Tuttavia, studi scientifici e nuove indagini mettono seriamente in dubbio questa narrativa e rivelano un lato molto più complesso e problematico di questa fibra “green”.

Poliestere riciclato: microplastiche in meno, o in più?

Una recente ricerca commissionata dalla Changing Markets Foundation e condotta dal Microplastic Research Group dell’Università di Çukurova (Turchia) ha dimostrato che i tessuti in poliestere riciclato rilasciano fino al 55% in più di microplastiche durante il lavaggio rispetto a quelli in poliestere vergine. Le particelle rilasciate sono inoltre mediamente più piccole e quindi più facilmente dispersione nell’ambiente.

I campioni analizzati includevano 51 capi (T-shirt, top, abiti, pantaloncini) di marchi come Adidas, H&M, Nike, Shein e Zara. I risultati hanno fatto emergere differenze significative tra brand e materiali: ad esempio il poliestere riciclato di Nike ha rilasciato oltre 30.000 microfibre per grammo, quasi quattro volte la media di H&M e più di sette volte quella di Zara.

Ancora più preoccupante è il caso di Shein, dove alcuni capi etichettati come “riciclati” sembrano in realtà essere realizzati in poliestere vergine, sollevando seri dubbi sulla veridicità delle dichiarazioni ambientali dei grandi retailer. E che novità, siamo scioccati.

Un “greenwashing” diffuso

Il fenomeno non è isolato. L’uso di termini vaghi come “materiali riciclati” o “eco-friendly” è sempre più associato a strategie di marketing piuttosto che a cambiamenti reali nelle pratiche produttive. Secondo un’analisi recente, molti capi indicati come sostenibili contengono solo piccole percentuali di materiale riciclato, mentre la maggior parte resta costituita da fibre sintetiche tradizionali.

Questo crea un vero e proprio effetto “foglia di fico”, ovvero una maschera verde che oscuri il continuo aumento della produzione di nuovi capi sintetici, spesso caratterizzati da cicli di vita brevi e da un rapido accumulo di microplastiche nell’ambiente.

Verso una moda davvero sostenibile

Le soluzioni non sono così semplici come sostituire una fibra con un’altra. Per ridurre l’impatto ambientale reale del settore tessile è necessaria una transizione sistemica che vada oltre il semplice uso di materiali “riciclati”.

Alcuni passi concreti includono:

  • Ridurre drasticamente la produzione e i consumi di abbigliamento, in particolare quello usa e getta tipico della fast fashion.
  • Puntare su materiali naturali e bio – già sperimentati da brand che creano pile senza microplastiche e tessuti rigenerati completamente naturali.
  • Migliorare l’efficienza del riciclo reale dei tessuti e non concentrarsi solo sulla fusione di bottiglie di plastica in fibre tessili.
  • Regolamentare le etichette ambientali per evitare pratiche ingannevoli e obbligare i marchi a dichiarare dati verificabili sulla sostenibilità dei loro prodotti.

Conclusione

Il poliestere riciclato, da simbolo di moda sostenibile, rischia oggi di diventare un’ulteriore fonte di inquinamento da microplastiche – se usato in modo indiscriminato e senza una visione d’insieme. La sfida reale non è solo tecnica o industriale: riguarda il nostro modo di comprare, usare e pensare agli abiti. Comprare meno, scegliere meglio e favorire materiali davvero sostenibili potrebbe essere il gesto più rivoluzionario per l’ambiente.

Teo

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